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Dokument Giuseppe Godeassi an Michele Viale-Prelà
Zara, 22. Februar 1856
Signatur Staatliches Gebietsarchiv Leitmeritz, Zweigstelle Tetschen-Bodenbach
Familienarchiv Thun-Hohenstein, Linie Tetschen, Nachlass Leo Thun
A3 XXI D401
Regest

Der Erzbischof von Zara, Giuseppe Godeassi, sendet dem Wiener Nuntius und nunmehrigen Erzbischof von Bologna, Michele Viale-Prelà, eine Akte mit insgesamt drei Berichten und Stellungnahmen zur Festnahme des Priesters Antonio Borovich. Godeassi hofft, dass die Angelegenheit damit abgeschlossen werden könne.
Als Beilagen finden sich die besagten Berichte sowie ein Schreiben eines nicht identifizierbaren Schreibers an den Erzbischof von Zara, in dem die Berichte über die Festnahme von Borovich mitgesendet werden. Der Schreiber betont, dass die Festnahme seiner Auffassung rechtens gewesen war, auch wenn der Beamte Paolo Tripalo, der die Festnahme geleitet und angeordnet hatte, wenig Fingerspitzengefühl gezeigt und die Festnahme damit nicht vollkommen den Vorgaben des Konkordats entsprochen habe.
Im ersten Bericht schildert der Leiter der Gendarmerie in Novaglia, Paolo Tripalo, den Grund für und das Vorgehen bei der Verhaftung von Antonio Borovich. Als Grund gibt er an, dass der Kooperator Zubranovich diesen angezeigt habe, weil jener ihn mehrfach und vor Zeugen bedroht habe. Der Gendarm selbst hatte daraufhin Borovich überwacht und festgestellt, dass dieser sich bewaffnet hatte und sich, begleitet von zwei bewaffneten Verwandten, nächtens durch das Dorf bewegte. Bei einer Hausdurchsuchung hatte er schließlich Pistolen und Kugeln sichergestellt. Bei einem nachfolgenden Verhör hatte sich der Pfarrer schlecht benommen und wilde Anschuldigungen und Beleidigungen ausgesprochen. Die Überführung in die Nachbargemeinde fand deshalb statt, weil Borovich in seiner Pfarre zu viele Verwandte besaß, was die Situation verschlimmert hätte. Er betont außerdem, dass die Verhaftung mit möglichster Diskretion erfolgte, und nicht wie von Borovich behauptet in aller Öffentlichkeit. Außerdem tritt er der Anschuldigung entgegen, er habe Borovich dem Spott der Bevölkerung ausgesetzt.
Im zweiten Bericht schildert Giuseppe Descovic den Lebenswandel von Antonio Borovich und die Vorgänge bei dessen Verhaftung. Zunächst betont er, dass Borovich für seine Trunkenheit und Gewaltbereitschaft bekannt gewesen sei. Er selbst habe ihn mehrfach ermahnt. In der Folge geht er auf das Verhältnis Borovichs zu seinen Kollegen ein und schildert einige Vergehen des Priesters. Die Verhaftung schildert er als rechtmäßig und notwendig, um eine drohende Gefahr abzuwenden. Ebenso schildert er die Behandlung des Borovich als vollkommen rechtskonform.
In der dritten Schilderung beschreibt der Erzpriester Simeone Mestrovich die Vorgänge rund um die Verhaftung von Antonio Borovich: Borovich sei in das Haus des Ortsvorstehers gekommen, als der Aktuar Tripalo und seine Gehilfen dort anwesend waren. Dort habe er sogleich begonnen um sich zu schreien und alle Anwesenden heftigst zu beleidigen. Begleitet wurde er von zwei Verwandten, die bewaffnet waren. Die Verhaftung erfolgte in seinem eigenen Haus. Anschließend geht Mestrovich auf die Behandlung des Priesters in der Nacht seiner Gefangennahme, sowie bei dessen Überführung nach Pag ein. Dabei betont er, dass Borovich zwar grundsätzlich gut behandelt worden sei, allerdings bedauert er, dass der Aktuar Tripalo wenig Geschick bewiesen habe, um öffentliches Aufsehen zu verhindern und die Angelegenheit damit zu einem öffentlichen Spektakel geworden sei.

Beilagen, Anmerkungen

Italienisch.

Insgesamt fünf Stücke:
Giuseppe Godeassi an Michele Viale-Prelà. Zara, 22. Februar 1856.
Unbekannt an Giuseppe Godeassi. Zara, 11. Februar 1856.
Stellungnahme zur Verhaftung von Antonio Borovich von Paolo Tripalo. Pag, 25. Januar 1855.
Stellungnahme zur Verhaftung von Antonio Borovich von Giuseppe Descovic. Pag, 27. Januar 1856.
Stellungnahme von Simeone Mestrovich zur Verhaftung von Antonio Borovich. Pag, 15. Februar 1856.

Vgl. dazu auch den Brief: Antonio Borovich an Michele Viale-Prelà. Pag, 3. Januar 1856.

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Transkription

    Eminenza Reverendissima!

    Avendo finalmente ottenuto le informazioni che si richiedevano in merito del ricorso insinuato dal Sacerdote Don Antonio Borovich di Novaglia, mi affretto di rassegnarle al giudizio di Vostra Eminenza Reverendissima, in obbedienza dell’ossequiato di Lei foglio 15. gennaio p.p.
    Al rapporto sul fatto di cui si tratta esposto dall’Arciprete Paroco di Pago, unisco una uffiziosa communicazione che mi venne offerta dall’Imperial Regio Presidente di Appello.
    Ho cercato così di corrispondere il meglio che si poteva ai cenni di Vostra Eminenza, col ritrarre cioè le più sicure relazioni dalle suddette due fonti, da cui ne risultasse il genuino stato della questione, ed in particolare il giudizio di quest’Imperial Regio Appello.
    Io pel resto non posso che riferirmi al mio foglio 7. febbraio corrente N. 3/p., e con ciò mi reco a dovere di riprodurre il ricorso suaccennato per le deliberazioni che Vostra Eminenza troverà nell’alta sua sapienza di pronunziare.
    Approfitto poi di questa occasione per rendere grazie a Vostra Eminenza della benigna dispensa che non è guari si è compiaciuta di concedere a favore delli Joso Tusul e Simizza Secula da Bibigne.
    Rinnovando le proteste della più alta mia stima e profonda venerazione, ho l’onore di raffermarmi

    Di Vostra Eminenza
    Devotissimo Ossequiosissimo Servitore
    Giuseppe Godeassi Arcivescovo

    Zara li 22. febbraio 1856.

    al N.214/p.

    Eccellenza!

    Porgendo definitivo riscontro alla riverita Nota di Vostra Eccellenza di data 21. Gennaio p.p. N. 2/p già preliminarmente corrisposta colla mia 24 detto, sotto pari numero, non saprei come meglio incontrare i desideri dell’Eccellenza Vostra, che comunicando, siccome rispettosamente mi onoro di comunicarLe le qui acchiuse copie del Rapporto 27 Gennaio p.p. N. 112 dell’Imperial Regia Pretura di Pago, e della Relazione 25 mese stesso di quell’Attuario Paolo Tripalo, riflettenti entrambi il ricorso del Reverendo Sacerdote Don Antonio Borovich di Novaglia sul suo arresto personale.
    Nel tempo stesso mi pregio di far presente, che non potendo l’Appello non riconoscere una qualche irregolarità incorsa per parte del prefato Attuario Tripalo nella decretazione dell’arresto medesimo, e vieppiù ancora nel modo della sua effettuazione, certamente non del tutto conforme alle massime stabilite dal Concordato fra Sua Santità Pio Nono, e l’Augustissimo Imperatore d’Austria 19 Agosto 1855 Art. 14, l’Appello stesso con suo deliberato 7. corrente N. 386 ha trovato di suo dovere il rinunziare gli atti concernenti alla locale Imperial Regia Commissione provinciale mista per l’analogo procedimento disciplinare di sua competenza a termini del §14. della Sovrana Risoluzione 14 Settembre 1852 Puntata IV. N. 10 Bollettino Imperiale delle leggi dell’anno 1853.1
    Soffra l’Eccellenza Vostra che io approfitti anche di questa opportunità per ersternarLe i leali sentimenti di profondo rispetto, coi quali ho l’onore di riprotestarmi

    Di Vostra Eccellenza
    Obbedientissimo e Devotissimo Servitore
    [unleserlich]
    Zara 11. Febbraio 1856.

    Signor Pretore!

    In seguito al riverito di Lei decreto di data odierna, mi onoro di rassegnarLe le seguenti deduzioni sul ricorso del Sacerdote Don Antonio Borovich relativo al suo arresto, dietro mio ordine effettuato dalla cesarea regia Gendarmeria in Novaglia il dì 10 p.p. Dicembre 1855.
    Dietro Pretorile Decreto attrovandomi nel dì 8. p.p. Dicembre in Novaglia per la constatazione d’un danno malizioso, quel Reverendo pro Parroco Don Giorgio Zubranich mi portò vocale denunzia che il Sacerdote Don Antonio Borovich , alla presenza di due testimoni, lo aveva pericolosamente minacciato, e minacciato di vita esprimendosi con le seguenti precise parole: che il pro Parroco Zubranich non sarebbe arrivato a celebrare la Santa Messa nel p.p. Santo Natale!
    Valutate da me tali espressioni, più sentita per bocca del predetto Signor proparroco la circostanza, convalidata dall’asserzione d’un testimonio occulare, cioè che poche sere avanti, mentre egli recavasi in una casa del villaggio per parrocchiali mansioni, nell’attraversare un viottolo, vidde incantonato con suo nipote il Sacerdote Don Antonio Borovich , il quale, quand’ebbe a passargli d’inanzi e guardatolo con torvo cipiglio gli disse: puoi pregar Dio che sei questa sera accompagnato, dico valutate tutte le or espresse circostanze mi ritenni in conscienzioso dovere di procedere all’esame delle due testimoni Lucia Gemeglich, e Mattea Suglich, le quali, tutte tremanti perché Don Antonio Borovich non venisse a trappellare il loro deposto, gravatamente deposero che il predetto Don Antonio Borovich, in casa Cercovich, poche sere innanzi, aveva pronunciate le sopradette espressioni minacciose contro il proparroco Zubranich.
    Per tal modo avutane la prova legale d’un crimine, e riflettuto, dietro il tenore stesso delle suddette minaccie, che il giorno in cui doveva, od almeno poteva esso venire effettuato, era prossimo, cioè mancavano pochi giorni al Santo Natale, credetti bene di dover assolutamente procedere ad un’energica misura precauzionale, arrestando cioè il minacciante.
    Però prima di devenire a tal passo, stimai prudenza di verificare e convincermi personalmente di un'altra circostanza che sta in piena armonia col suesposto, cioè volevo vedere s’era vero, che il Sacerdote Don Antonio Borovich ogni sera nel ridursi dalla casa paterna alla propria abitazione era armato di pistole, ed accompagnato da due sattelliti, essi pure armati. Adunque messomi in aguato, con dispiacere venni avvertito, che un momento inanzi, essi erano passati, che il Sacerdote s’era chiuso in casa, e che i due sattelliti, suo fratello e nipote Borovich, erano ritornati alla lor casa. Non indugiai d’andare, accompagnato semplicemente da due rondari alla casa del fratello e nipote del prete per vedere se ancora avessero le armi indosso. Giunti sopraluogo, alla cinta del nipote trovai un coltello della lunghezza di circa mezzo braccio, affilato, ed appuntito a perfezione. Presogli il coltello gli dissi di seguirmi, e mi seguì all’abitazione del Capovilla, ove gli ordinai di attendermi, tanto ch'io ritornato fossi chiamato meco il Cancellista Treu, andai direttamente all’abitazione del Sacerdote Don Antonio Borovich, onde procedere ad una formale perquisizione domiciliare per rinvenirvi le preaccennate due pistole, le quali non si rinvennero, perché mentre io conduceva a casa del capovilla il suaccennato suo nipote un suo famigliare lo prevene di questo fatto, e per tal guisa egli è probabile che abbia nascoste le due pistole, e l'esito della perquisizione fu soltanto il rinvenimento nello scaffale del tavolino del Sacerdote di due pallotte di piombo, appunto ad uso di pistola.
    Ritornato che fui dal Capovilla tosto interrogai il nipote del Sacerdote sul possesso di quel coltello, ed egli mi rispose da prima che lo portava per semplice ornamento (invece rilevossi che di giorno mai lo portava alla cinta) e poscia per uso di campagna (falso anche questo perché la sua conformazione, e la lucidezza ne dimostravano il contrario).
    Mentre in ciò ero occupato, ed erano le ore 8 di sera, udì un forte schiamazzo e delle grida nell’atrio della casa del Capovilla. Uscito a vedere che fosse, vidi che il Sacerdote Don Antonio Borovich accompagnato da due armati di coltello e pistole, ed erano un’altro suo nipote e fratello attraversavano il cortile ed ascendevano i gradini che mettono al primo piano della casa, scagliando mille offese ed improperi contro il Capovilla e sua moglie e predetti padre e figlio si fermarono all’ingresso del primo piano col pretesto di attendere e guarentire contro ogni attacco il loro attinente Don Antonio, e non volevano di partirsene od onta che io li esortassi ad allontanarsene, avvertendoli che non era bisogno di loro, e che Don Antonio era bastantemente guarentito colla mia presenza. Il sacerdote invece di fare plauso a tal mio procedere, loro imperiosamente gridò di ivi attenderlo, e poscia rivoltosi verso di me, con aria di dispotismo mi chiese udienza.
    Il rintuzzare al momento questo loro orgoglioso ed increante procedere non era prudenza, prima perché certo sarebbe nata un'opposizione, e forse pericolosa, e poi per non mettere in timore ed in iscompiglio il vicinato che a quell’ora era al riposo. Perciò con belle forme pregai il Sacerdote Borovich di calmarsi e di seguirmi nella stanza ove teneva l’esame di suo nipote. Nell’anticamera ora seduti a tavolino se ne stavano il capovilla, il proparroco Zubranich, l’attuale suo cooperatore Milovich [?], ed il fante pretorile Pietro Nicolaoski [?], tutti pacificamente intenti a conversare. Il Prete Borovich nell’attraversare l’anticamera fermossi, e gettando dalle spalle il mantello, cominciò ad insultare villanamente tutti i preaccennati, in ispecialità poi il Capovilla ed il Zubranich, trattandolo da infame, ubbriacone impudico ed assassino, e lo sfidava ad alzarsi ed uscire, dicendogli che gliel’avrebbe fatta vedere. A tali ingiuriose espressioni, il parroco, anziché montar sulle furie, non proferì sillaba, perché da me pregato di non rispondere, e ripetutamente eccitando il prete Borovich di desistere da simili atti indecorosi, vi riuscì di condurlo in camera, giunto nella quale ebbe a rivogliersi prepotentemente contro di me, sostenendo che io non poteva, né aveva diritto di privare suo nipote di quel coltello, ché egli lo portava a mera guarentiggia della sua persona; ripeteva di bel nuovo le suespresse offese contro il parroco, non risparmiando colle sue infami e maldicenti espressioni nessun impiegato di questa cesarea regia Pretura.
    Dopo mille, e mille blande esortazioni, e perfino preghiere a mal pena riuscì a talqualmente tranquilizzarlo, promettendogli che nulla sarebbe sfuggito alla vigilanza della giustizia, e così presolo sotto il braccio da per me stesso lo accompagnai fuori dall'atrio dalla casa del Capovilla.
    Prescindendo dalla già ben nota sua condotta anteriore pessima sotto ogni rapporto, ciò non ostante stimai opportuno di chiamare alcuni più venerandi e da bene vecchiardi del villaggio, per ritrarre da loro le opportune informazioni sul suo contengo d’allora, ed unanimi mi confermarono, che egli non era assolutamente più tollerabile per l’infami sue azioni d’ogni cattegoria, ch’egli trattava di ladri ed assassini tutti coloro che non erano della sua sequella, che non dava pace e quiete alle famiglie colle sue dettrazioni e mormorazioni, che gettava, come infatti tra parecchie gettò il germe del dissapore e della discordia, non risparmiando perfino la santità del talamo nuziale. Aggiunsero di più i predetti vecchiardi, che se l’Autorità non prendeva a tempo dell’energiche misure, la pacienza d’alcuni mariti, e capi di famiglia avrebbe trascorso il colmo, e sarebbe per certo scoppiato un qualche grave disordine al qualche difficilmente più ci sarebbe stato a tempo di porre riparo.
    Prescindendo anche dal suespresso crimine, che mi dava motivo legale di procedere all’arresto del prete Borovich, prescindendo pure dall’anteriore sua pessima condotta, processato più volte in via si criminale, che politica, essendo le cose ormai giunte a tal segno che ne era sicuro lo scoppio, come ho detto d’un grave inconveniente, io conscio di tutto ciò, doveva per coscienza, e per il giuramento da me prestato, quale rappresentante in Novaglia tanto il potere politico che esecutivo per argine a fatti traggici che potevano anche succedere il che se fatto non avessi, e succeduto alcun di loro, l’autorità superiore sapendo ch'io era a giorno di tutto, avrebbe avuto tutta la ragione d’incolpare me qual negligente e trascurato, oltreché sarei stato incolpato d’inanzi al Tribunale di mia coscienza.
    Dovetti quindi assolutamente procedere all’arresto del sacerdote Don Antonio Borovich. Effettuarlo a mezzo la ronda villica, non era né politica, né prudenza, essendoché il capo della medesima è stretto suo parente, e quindi probabile ne sarebbe insorta un opposizione, a guarentigia e salvo di qualsiasi inconveniente spiccai un invito alla gendarmeria di Pago [Pag], seguito a mezzo del fante di questa Pretura. Giunta questa a Novaglia nel dì 10 alle ore 5 1/2, e verificato avendo essa stessa il sopraesposto convenne meco che si doveva assolutamente procedere all’arresto del Sacerdote Borovich, e che questo fatto non chiedeva mora. Per il che io le diedi pieno potere di ciò fare, però con tutti i riguardi possibili, ed anzi per ogni migliore procedere stimai opportuno di esservi presente all’atto dell’arresto, che infatti venne effettuato da un solo gendarme, e da me silenziosamente alle ore 6 postmeridiane in casa del prete medesimo, attigua del tutto a quello del capovilla non distando porta da porta che di soli 4 passi. Dal Capovilla egli venne condotto dal cesareo regio Gendarme, ove su d’un letto decentissimo ebbe a passare la notte, avvinto semplicemente da una catenella d’acciaio usitata dalla cesarea regia Gendarmeria, appunto messagli addosso più per forma che per altro a motivo del suo carattere. Io aveva esternato al Cesareo Regio Gendarme tanto che di questa non fosse avvinto, come pure che di notte tempo fosse tradotto a Pago [Pag], e ne ebbi in risposta, che si l’una cosa quanto l’altra erano vietate dal Regolamento dalla Gendarmeria.
    La mattina segretamente feci scegliere, e radunare 4 rondari che fossero d’aiuto nella scorta al solo gendarme che accompagnava il Borovich, e ciò perché s’era sparsa una voce d’una possibile aggressione alla strada per parte degli attinenti del Borovich.
    Alle ore 8 1/2 di mattina disposto il tutto per la partenza, che prima di quell’ora non era possibile la si potesse effettuare stante l’imperversare del mal tempo e la pioggia che cadeva, fatto uscire di casa il Prete Borovich che aveva alle mani la sudetta catenella d’acciaio, levatagli anche questa al momento che montò a Cavallo, e della quale fu pure libero per tutto il viaggio. Ad una ventina di passi innanzi, ed altrettanti indietro feci precedere a retrocedere la scorta ed io col Cancellista Treu eravamo d’accanto al Prete. Camin facendo ogni cosa procedette in pieno ordine, ed a due miglia distante da Pago io affrettai il passo al mio cavallo per prevenire di tutto il Signor Pretore, lasciando ordine alla scorta di rimanere adietro, e di lasciare che il prete solo da sé si presentasse alla Pretura, come ciò fu fatto.
    Dal fin qui esposto, la Superiore Autorità potrà rilevare la regolarità e giustizia del mio operato, come pure quanto esagerate, e del tutto immaginate sono le circostanze esposte nel ricorso del sacerdote Borovich, falso quindi che egli si faceva ogni sera accompagnare dalla casa di suo padre alla propria abitazione armato, e con gente pure armata per il motivo di una pretesa aggressione da esso lui sofferta due anni fa, mentre che consta che egli più volte viaggiava solo di notte tempo tra Novaglia e Pago, come lo fece pochi giorni avanti il suo arresto, egli che non aveva tema di andar solo per i viottoli delle campagne a tendere lacci alla pastorile innocenza.
    Falso, che il suo arresto venisse effettuato con pompa e pubblicità alle ore 3 postmeridiane, mentre invece venne effettuato con tutte le possibili precauzioni alle ore 6 di sera,
    falso, che egli venne imanetato, mentre ché al momento dell’arresto e durante la notte aveva la sola suddetta sottilissima catenella,
    falso, che prima della partenza da Novaglia avanti la casa del capovilla vi fosse accorsa una moltitudine di popolo, mentre non vi erano che 5–6 donne precisamente sedute innanzi le porte delle loro case;
    falso, che lo scrivente, prima dell’entrare in Pago alla testa del prete si fermasse schiamazzando coll’idea di allontanare la moltitudine che il sacerdote Borovich dice si fosse accollata, lo scrivente null’altro fece che attendere alla testa del ponte il padrone del cavallo che aveva fatto chiamare allontanando alcuni ragazzi che trastullando si stavano ad ingombrare il passaggio del ponte.
    Ecco quanto ho creduto di rapportarne conscienziosamente in seguito al sullodato di Lei Decreto.

    Il cesareo regio Attuario
    firmato Tripalo

    Pago li 25. Gennaio 1855

    N. 12/p
    Ad 386/app.

    Eccelsa Presidenza

    Sin da quando Novaglia fu aggregata col nuovo organismo a questo Distretto, io venni a rilevare che il prete secolare Don Antonio Borovich, uomo a 48 anni, condannato a Trieste per crimine di truffa e avvolto e dimesso a Rovigno [Rovinj] per difetto di prove in un processo d’infanticidio, anziché rinsavire, continuasse a essere molesto e pericoloso, facile a concitarsi dedito all’ozio e al bere, seminatore di discordie, accusatore e istigatore, nemico del fu parroco Dragovich e del Capellano Volarich e massime della famiglia Scunza.
    Visitata Novaglia la prima volta in Settembre 1854 io mi proposi ogni via per ricondurre codesto sciagurato ad un retto sentiero. Consigli e ammonizioni le più opportune così a lui, come alla maggior parte dei capi famiglia, presso di me radunati. Il più perfetto ravvicinamento, proteste d’oblivione del passato e d'una frattevole armonia, fu il risultato delle mie prestazioni. Sebbene io sapessi che odii inveterati non si assopiscono così di leggieri, né un cor depravato di leggieri si guarisce, sperava, chi per compiacermi, chi per timore, si sarebbero almeno astenuti di trascorrere fatti. Né mi ingannai. La condotta del Borovich massime partito il Dragovich e sostituito da Don Giorgio Zubranich pio e capace pastore, stimato dal Borovich stesso, nulla per qualche tempo lasciava a desiderare. Però la fermezza dello Zubranich, prima esaltata dal Borovich, finì coll’indispettirlo. Fallite le vagheggianti di lui speranze di adoperare il parroco come mezzo a suoi fini raffreddò quella buona relazione e prese a formargli un partito oppositore. Un certificato che il parroco, richiesto estese a favore dell’imperial regio soldato Antonio Scunza di Giovanni, giovane dabbene, fidanzato a Catterina Corian, che il Borovich indarno cercò sposare al proprio nipote, bastò perché costui desse sfogo alla propria perversa indole. Bestemmie, offese all’onore, insulti d’ogni fatta verso il Parroco e le famiglie Corian e Scunza, furono i mezzi posti all’opra, ricorsi e accuse di crimini, tutti inventati, all’autorità militare contro il detto soldato. Brigò e riuscì, rappatumatosi col troppo inesperto Volarich suscitare fra lui e il Parroco forti discordie.
    Informatone, mi adoperai per togliere tanto male, con intimazioni energiche e minaccevoli. Alle promesse nuovamente mancò. Mogli oneste furono presentate al pubblico con disegni a penar nelle più oscene posizioni a braccio del Parroco, corredate da iscrizioni ancor più laide, e il parroco poi, i funzionarii villici e le persone dabbene maltrattate e minacciate. Come ciò demoralizzasse la popolazione, e facesse prevedere conseguenze tristissime è inutile dimostrare.
    Traslocato il Volarich e surrogato da Don Matteo Milovich, anche questo incontrò la sorte del Parroco.
    Molte denunzie io m’ebbi e in via penale si agitano le inquisizioni, feci rilevazioni anco in via politica. Due aderenti del Borovich, padre e figlio Cerncovich [Cercovich?], dovetti arrestare in via di polizia, e redarguir il Borovich, intimandogli di desistere a scanso di misure di rigore. Tutto indarno. Ei si compromise nel fatto di ferimento d’una armenta del Capovilla, e venne imputato di aver trapassato con lo spiedo un maiale del Parroco al limitare della sua abitazione. Ma ciò non è tutto – fu denunziato da ultimo di minaccie pericolose verso il Parroco e di aver tramato alla di lui vita.
    Questa fedele dipintura ch’io faceva addì 12 p.p. Decembre N. 200 a codesto Illustrissimo Signor Consigliere e Capitano Circolare, parvemi necessario premettere onde l’Eccelsa Presidenza sapesse chi era Don Antonio Borovich e in quale condizione si trovassero per lui le cose a Novaglia.
    Ora circa i fatti addotti nel ricorso trovo di aggiungere.
    L’aggressione imputata allo Zubranich è calunniosa. A ritenerla tale basterebbe l’esame del Capellano Volarich. Non si trattava che di un semplice alterco fra i medesimi presente il Ricevitore Doganale Vassiglievich. A compimento della procedura mancano solo alcuni rilievi chiesti all’imperial regia Pretura di Arbe [Rab], facile che emergano indizi di calunnia. Non dissimile è l’altro concernente la Dumicich. Il Borovich è imputato di aver tentato d’indurre costei a deporre il falso in giudizio. A refarsi pretenderebbe ora l’opposto. Da rilievi praticati poi in seguito a requisitoria dell’Eccelso Imperial Regio Governo Militare, risultò che le accuse date al soldato Scunza erano infondate.
    Perché e come seguisse l’arresto del Borovich, potrà l’Eccelsa Presidenza rilevare dal rapporto che io ritirai dal cesareo regio Attuaro Tripalo. In quel momento io era indisposto e n’ebbi avviso a fatto compiuto colla rimessa degli atti assunti. L’arresto parmi basato a legge, ed era assolutamente necessario onde antivenire a fatti irreparabili. Questo Giudizio inquirente ebbe a confermarlo in via di preventiva custodia e il Borovich intimato dopo il costituto, rinunziò al ricorso. Al Reverendissimo Ordinariato di Veglia e Provicariato di Arbe venne data immediata contezza, fu quindi il Borovich con tutti i riguardi dovuti al carattere sacerdotale rinchiuso in una stanza dell’alloggio del carceriere, proveduta di tutto l’occorrente. Otto dì dopo, raggiunta la prova del crimine di pubblica violenza mediante pericolose minacce, né potendo definirsi con sollecitudine l’inquisizione, perché stanti a carico dell’incolpato parecchi altri fatti, con deliberato venne sciolto l’arresto, con ciò ché, non avesse ad allontanarsi dal capoluogo, misura cui si adattò.
    Che il procedere dell’autorità inquirente fosse legale, basterà ricordare che codesto Inclito Imperial Regio Tribunale ritirò e revertì gli atti della procedura, senza osservazioni, eccitando di seguitare ulteriormente. Dai rilievi da me praticati e dalle informazioni ritirate dall'imperial regia Gendarmeria non esito a dichiarare che i fatti addotti dall’imperial regio Attuaro sono generici, e che il ricorso in quanto dissente è contrario al vero. Don Antonio Borovich solo senza chichesia comparve all’Ufficio Pretorile. Qualche ora prima, non vedendolo arrivare e temendo che l’inesperienza dell'Attuaro potesse consigliarlo a misure inopportune, stimai prudente inviargli il Servente Nicolanzi coll’espresso incarico di non far accompagnare il Borovich. Sebbene costui fosse contabile di molti e gravi fatti e l’esacerbazione degli animi in generale a Novaglia avesse raggiunto il colmo, non posso dispensarmi dall’osservare rispettosamente che l’arresto del Borovich poteva venir eseguito presso questo Ufficio dopo assunto a costituto, e senza che fosse uopo di ricorrere all’ imperial regia Gendarmeria. Ma il soverchio timore concepito dall'Attuaro di una sommossa e di fatti irreparabili, originato non d’altro che da inesperienza, e la fatale combinazione della mia indisposizione ebbero un effetto contrario.
    Tanto mi onoro rassegnare, revertito il comunicato in obbedienza all’ossequiato Decreto 4 corrente N. 11 di codest’Eccelsa Presidenza con la preghiera di condonare il ritardo in riflesso agli affari molteplici che mi tengono occupato in questi momenti.

    L’ imperial regio Pretore
    Segnato Descovich

    Pago 27 Gennaio 1856

    N. 45.

    Illustrissimo e Reverendissimo Ordinariato Metropolitano di Zara.

    In obbedienza all’ossequiato Decreto 21. Gennaio anno corrente N. 2/p con cui si ordinava al sottoscritto scrivente di dare una genuina e circostanziata informazione sul modo con cui venne eseguito l’arresto e tradizione del Sacerdote Don Antonio Borovich da Novaglia a Pago; il devoto rapportante, da indagini fatte, crede i poter riferire quanto segue.
    E primieramente domanda perdono pel ritardo osservato nel dare questo rapporto; perdono che l’illuminata bontà Superiore non glielo potrà denegare, se si attenderà alla difficoltà di poter avere relazioni esatte da, e con mezzi privati, sull’affare inchiesto.
    L’arresto venne eseguito nella seguente maniera.
    Trovavasi in commissione a Novaglia l’Imperial Regio Attuario pretorile di Pago Tripalo ed il Cancellista Treu con Gendarmi in casa del Capo-Villa, assumendo deposizioni uffiziose. Ad ora avvanzata della notte, si presentò il Sacerdote Don Antonio Borovich al Signor Attuario Tripalo occupato in affari officiosi; e con forme indebite incominciò a sgridare il Parroco di Novaglia là presente, Reverendo Signor Zubranich, e sebbene gli venisse imposto il silenzio, pure continuò, offendendo con parole l’astante Reverendo Parroco, ed anche la dignità dell’Imperial Regio Offizio Pretorile di Pago.
    Mentre con tanta irriverenza parlava il sunominato Sacerdote Borovich; alle porte della Casa del Capo-Villa stavano due suoi parenti armati; per cui, preso da paura il Signor Attuario Tripalo, ordinò che i Gendarmi dovessero arrestare il Sacerdote Borovich; e l’arresto venne eseguito in casa sua propria ed intimato dal Cancellista Pretorile Bartolomeo Treu, il quale s’ebbe a gloriare d’avergli egli stesso messo le manette. Dal proprio domicilio così incatenato fu tradotto alla casa del Capovilla ove (si dice) fosse stato schernito e beffeggiato dalla padrona di casa, in onta al suo carattere sacerdotale.
    Venuto il tempo di coricarsi a letto, i Gendarmi gli tolsero le manette; e mossi dal timore che durante la notte non si dasse alla fuga l’arrestato Sacerdote, data una buona tazza d’acquavite al più robusto e coraggioso Rondaro, questi venne da essi persuaso di lasciarsi incatenare il proprio piede destro col piede sinistro del Borovich, e di dormire in questa maniera con lui nel medesimo letto.
    Tanto geloso era questo incatenamento dei due piedi, che alla mattina seguente, occorrendo al Rondaro fare i proprii bisogni, anzi che scioglierlo dalle catene gli fecero somministrare in letto da un altro Rondaro un vaso notturno. Levate le catene dal piede al Sacerdote Borovich, e poste nuovamente le manette, gli fu intimato verso le 10 antimeridiane di partire per Pago, ove immanettato si diresse sempre scortato dall’Attuario dal Cancellista dal Fante Pretorile, da due Gendarmi e da 4 Rondari di Novaglia.
    Uscito in questa maniera dal proprio patrio villaggio, e pervenuto al luogo detto Lattugna, fu invitato il Borovich ad ascendere sopra un cavallo; e dichiaratosi incapace di ciò fare finché avesse le mani legate, dietro sua inchiesta gli furono levate le manette e si pose a sedere sopra il cavallo designatogli.
    Fratanto i Gendarmi esaminavano se tutti i Rondari avessero le armi cariche; ed avendo trovato che uno aveva il fucile vuoto, gli fu ordinato di condurre colla corda il cavallo su cui stava seduto l’arrestato Sacerdote. In questo modo si venne fino alla compagna vicina di Pago chiamata Vodizze. Quivi pervenuti, il Cesareo Regio Attuario precedette col proprio cavallo il Sacerdote Borovich, stando alquanto distante da lui, come anche rimasero in certa distanza i Rondari, sempre però in modo che qualunque passava per istrada poteva facilmente accorgersi che il Borovich veniva essere scortato.
    Arrivato a Pago fu messo nelle Carceri, da dove l’Imperial Regio Giudice Inquirente Signor Giuseppe Descovich, dopo pochi istanti, lo liberò; dandogli il permesso di abitare in casa amica, sempre però con condizione di non poter uscire fuori della borgata di Pago fino a che durerà l’inquisizione aperta a carico suo.
    La venuta poi del Sacerdote Borovich a Pago in stato d’arresto ebbe luogo poche ore dopo mezzo giorno, alla presenza di molti curiosi, i quali, avendo saputo due giorni avanti l’infausto avvenimento si portarono in folla alla marina per osservare un tale spettacolo.
    Tutto ciò è avvenuto per ordine e comando dell’Imperial Regio Attuario Tripalo che si attrovava in commissione a Novaglia; ignorando affatto gli ordini dati l’Imperial Regio Pretore Descovich fino a che il Tripalo non gli avesse significato l’operato suo con apposita officiosa relazione; e tanto fu il dolore suo per l’imprudente ed antipolitica maniera con cui si comportò il cesareo regio suo Attuario, che trovandosi alquanto in quel giorno incomodato in cui arrivava a Pago l’arrestato Sacerdote Borovich, passò il restante del detto dì tutto conturbato e viemaggiormente turbato in salute.
    Osserva poi il devoto scrivente, che l’arresto venne praticato, previa una perquisizione domiciliare del Sacerdote suddetto nel giorno 10 Decembre anno passato dalla Commissione composta dall’Attuario Pretorile Tripalo, Scrittore Treu e Gendarmi, e che in casa si trovò una palla di fucile.
    Che il Sacerdote Borovich, come venne esposto nel racconto dettagliato, fu all’istante incatenato e tradotto in un'altra casa dove senza potersi muovere passò la notte custodito ed incatenato nel piede.
    Dal suesposto parimenti si rileva che è vero essere stato egli tradotto a Pago scortato, ma però non incatenato, di bel giorno.
    Dal racconto permesso si scorge che a Pago si seppe previamente il di lui arresto ed arrivo: e che un quarto d’ora prima che vi capitasse lo precorresse l’Attuario Tripalo parimenti è vero; ma è falso però che lo precorresse per chiamare il popolo allo spettacolo; e prova ne sia che avendo il Cesareo Regio Attuario incontrato vicino al ponte di Pago il Signor Segretario Comunale Giuseppe de Mircovich che col suo figlio si portava per quella via a passeggiare, ignaro dell’arresto; questi si ritirò tosto indietro pregato dall’Attuario stesso di non trovarsi presente al prossimo arrivo dell’arrestato Sacerdote.
    In quanto poi all'ingiurie di cui fu coperto il Borovich tanto a Novaglia quanto a Pago; il devoto rapportante nulla poteva rilevare fuori di ciò che sopra ha esposto nel racconto.
    Ecco quanto lo scrivente ha cavato da private relazioni di persone che furono testimoni oculari al dolente fatto.
    Se tutte si esaminano le adotte circostanze non si potrà se non biasimare il poco talento politico del Signor Attuario Tripalo, che gli suggerì una così meschina maniera, ed insieme offensiva della dignità dello Stato Sacerdotale, per assicurarsi della persona dell’accusato Sacerdote Borovich.
    Non fa poi le meraviglie, ma compiange invece lo scrittore Treu per la parte ch’Egli ebbe ad avere in questo triste avvenimento.
    Infine poi si unisce a questo rapporto l’involto di carte spedite allo scrivente sotto li 10. corrente, N. 33.
    Così crede di aver fedelmente adempiuto il volere venerato dal Superiore, comunicatogli col Decreto 21. Gennaio 1856 N. 2/p.

    Don Simeone Mestrovich
    Arciprete Parroco Vicario Arcivescovile

    Pago li 15. Febbraio 1856.