Info

Dokument Giuseppe Gajazzi an Leo Thun
Mailand, 20. Oktober 1851
Signatur Staatliches Gebietsarchiv Leitmeritz, Zweigstelle Tetschen-Bodenbach
Familienarchiv Thun-Hohenstein, Linie Tetschen, Nachlass Leo Thun
A3 XXI D127
Regest

Der Priester Giuseppe Gajazzi wendet sich mit der Bitte an Leo Thun, seinen Versuch ein Kanonikat zu erhalten zu unterstützen. Gajazzi ist Oratorianer und für sein Auskommen hatte er in Mailand eine Pfründe erhalten. Als eine Domherrenstelle an der Kathedrale von Brescia frei geworden war, bewarb er sich darum. Allerdings wurden die ihm gemachten Hoffnungen, diese zu erhalten, enttäuscht, denn ein anderer Priester wurde ihm vorgezogen. Jener Priester aber hatte die Stelle nur durch Betrügereien erlangt, zudem besaß dieser einen schlechten Ruf. Er selbst wurde öffenlich verleumdet, so dass er auch bei einem zweiten Versuch ein Kanonikat zu erlangen scheiterte. Indes droht nun auch ein dritter Versuch zu misslingen. Schließlich betont er seine loyale Haltung während der Revolution von 1848, mit der er im Gegensatz zu einem Großteil der Bevölkerung und des Klerus stand.

Beilagen, Anmerkungen

Italienisch.

Beilage: Gedrucktes Circular des Generalvikars in Brescia, 13. Juli 1848.1
Außerdem findet sich eine kurze Zusammenfassung des Briefes in deutscher Sprache.

Schlagwörter
Transkription und Kodierung Dieses Dokument wurde von Christof Aichner und Tanja Kraler transkribiert und nach XML/TEI kodiert.
License eXist-db

Transkription

    Eccellenza!

    È dallo scrivente riverito il merito singolare dell’Eccellenza Vostra che si fa animoso a porgerle la presente supplica. Gliela avanza con tutta umiltà pertanto, mentre ben sa quanto sia generosa delle sue grazie. L’esponente entrò nella Congregazione de’ Filippini dietro istanza fattagli del proprio ora defunto vescovo Gabrio Maria Nava stabilendogli a questo scopo un beneficio dell’annuo frutto di lire 600 di Milano, alla quale rendita unito il largo censo di cui va doviziosa detta Congregazione il soggetto che faceva parte ne ritraeva un decoroso sostentamento. Dopo 12 anni di dimora tra Filippini, essendosi reso vacante nella Cattedrale di Brescia un posto canonicale, preso consiglio coll’ordinario Vescovo Ferrari, per alcuni motivi ragionevoli riconosciuti tali dal suo Superiore, venne in determinazione di porre il suo nome all’accennato benefizio. Innanzi però di ridurre all’atto cotesto suo divisamento e così dividersi da questo corpo, volle esser accertato dell’episcopale favore, facendogli por mente all’istante che il suo nome veniva ascritto nel novero de' concorrenti, cessava incontanente dello stabilitogli beneficio; che quindi l’esponente supplicava il Vescovo a farglielo manifesto, se avesse avuto in animo altro soggetto che prevalesse in meriti all’aspirante, per non esser toccato nel più vivo dell’animo, atteso il limitatissimo suo patrimonio, d’essere privato del necessario provvedimento. All’inchiesta rispose il vescovo che se avesse posto il suo nome avrebbe avuto anco la probabilità d’esser nominato; ma dipendendo però l’elezione dalla nomina sovrana non poteva interamente accertarlo; che si animasse tutta volta a concorrere che il passo avrebbe avuto un esito favorevole. Posto mente lo scrivente che sua Maestà si degnò nella tripla far pieno il desiderio episcopale eleggendo quel soggetto che più gode del suo favore, si fa animo a concorrere; ma nella tripla essendo stato posposto al sacerdote Luzzago, non ebbe luogo la bramata elezione; quindi privato per cagione del Vescovo d’appoggio. I membri tutti componenti il corpo de’ Fillipini ponno contestare questo fatto; e poi sallo chiunque, che non lascia il certo per l’incerto. Ma ciò che afflisse l’animo del ricorrente si fu che venne in conoscimento, che il Delegato della provincia di Brescia aveva, dopo le più accurate investigazioni informato sulla condotta del concorrente Luzzago: notoriamente leggiero, che non aveva prestato alcun servigio alla chiesa, che aveva rovinato un collegio da lui per sette anni retto, che era stato involto in oggetti politici: ma che l’accennato sacerdote seppe con destrezza impegnare la moglie del magistrato per cui furono poste in non cale le gravi censure. Innalzando poi il ricorrente Luzzago un falso certificato d’aver sostenuto l’onere di cura d’anime pel corso di 16 anni, onde raggiunger la sanzione governativa d’anni dieci di cura d’anime o parificabili a cura d’anime. Dopo quattro anni in cui lo scrivente visse colla elemosina della semplice messa e 200 lire milanesi interessi del beneficio sacerdotale, s’apri altro concorso a cui aspirò; ma pure posposto ad altro sacerdote che ha prodotti meno titoli, come ciò consta da atti autentici che esistono nelle Curia Vescovile di Brescia, e della lettera qui inclusa di risposta dal Presidente del Tribunale di prima istanza di Milano, inviata all’ora defunto Arciprete della cattedrale Faustino Pinzoni cui avea caldamente raccomandata la causa dell’esponente. Non sarà malagevole all’Eccellenza Vostra il rappresentarsi con qual sentimento abbia ricevuto tale annunzio; ne esprime il gravissimo suo rammarico. Più acerbo ed oltre modo doloroso riuscì al sottoscritto vedersi dal Suo Vescovo posposto attesa altra circostanza. Il Sacerdote concorrente [?] anni dieci fu pregato e dare i Santi esercizi in un collegio femminile eretto nel paese di Castegnato provincia di Brescia. Detto Sacerdote scopre che l’attuale direttore abusò dell’esercizio del proprio ministero. Giusta le più stringenti ecclesiastiche discipline fu astretto ad obbligare la persona sollecitata a denunciare al Vescovo di Brescia Monsignor Ferrari il colpevole sacerdote. La rissoluzione presa dell’Ordinario fu escomiarlo tostamente dal collegio. Godendo però detto direttore spirituale riputazione presso il pubblico, l’intempestivo o necessario escomio fece che si levassero in tutta la provincia, e fuori le più caluniose diffamazioni a carico del Vescovo, e di chi avea prestato il gratuito e pietoso uffizio. Non si occupa il sottoscritto a spurgarsi delle mentovate caluniose diffamazioni, giacché la sua innocenza è stata riconosciuta dall’Eccelso Imperiale Governo di Milano, che prese ad esame l’accusa. Quello che colpì lo scrivente fu di vedersi posposto anco in questo secondo concorso, mentre per questa gravissima persecuzione sostenuta non poteva dubitare che lo dovea avere in considerazione, come il mezzo più efficace a togliere tutte quelle apparenze, che la calunia avesse indotto ad oscurare il suo credito, a lavarsi in quella stima troppo necessaria per disimpegnare gli oneri inerenti al suo uffizio di sacerdote. Essendo poi a tutti noto, che concorso per la seconda volta ad un canonicato, e nella tripla posposto ad altri soggetti, la profana mallevolenza in modo speciale di molti del clero, non avrebbe cessato, ed ognor non cessa di far ogni sforzo per sempre più offuscare la sua riputazione. S’aprì un terzo concorso ed è chiarito l’esponente con accrescimento di dolore d’essere per questa terza volta posposto ad altri concorrenti; mentre dovea, oltre i summentovati motivi esser avuto in considerazione anco per il cordiale attaccamento dimostro dal supplicante in questi ultimi calamitosissimi tempi verso di chi impera con tanto senno queste lombarde contrade. Avea tutto il clero Bresciano preso la parte più attiva contro la dominazione austriaca nel quarantotto, eccettuato neppure l’ecclesiastico Superiore, come rilevasi dalla qui inclusa circolare2, che non fu la sola emanata. Lo scrivente non si lasciò smovere per alcun modo dal secondare l’eccitamento; anzi trovandosi in quella epoca luttuosa in Pontevico, una delle più popolate borgate della provincia Bresciana a sostenere l’incarico quaresimale per essersi francamente rifiutato d’invocare nell’ultimo suo raggionamento che pronunciò: vittoria alle bandiere piemontesi e sconfitta ai vessilli austriaci, si sollevò contro il fedele predicatore un repentino ammutinamento d’una mano di scapigliati per cui fu d’uopo che tostamente sgombrasse da quella Contrada per essere compromessa la stessa vita; e se si degnerà l’Eccellenza Vostra d’informarsi della verità del fatto, non dubita ponto [?] di non vedersi in questo terzo concorso di Canonicato posposto ad altri concorrenti che dimentici delle dovuta subordinazione alla legittima autorità s’adoperarono energi[ca]mente a spalleggiare la causa della ribellione; come il ricorrente Sacerdote Scandella, Professore di Religione nel Liceo di Brescia, nella cattedrale di questa città, presente la gioventù a lui commessa, l’eccitò con studiato raggionamento a pigliar l’armi conto l’esercito austriaco; come il Sacerdote don Angelo Maj nella seconda rivolta suscitata in Brescia permetteva che il proprio stipendiato cocchiere dalle torre più elevata e più prossima al Castello che sovrasta alla città, uccidesse quei Soldati Austriaci, che dalla altezza de’ baluardi con istrumenti bellici bombardavano la ribelle città; doma poi dall’armi imperiali la contumace popolazione, sfrattò tostamente l’accennato [?] da cotesta contrada per non soggiacere al meritato castigo, ricoverando nella Svizera. Premesse queste osservazioni vive certo il supplicante che prese le più severe informazioni tanto sulle accennate osservazioni, quanto sulla sua condotta, si degnerà l’eccellenza vostra d’accogliere per esercizio di bontà questi sensi, giacché non sa se nella Signoria Vostra maggiore sia il senno, o la giustizia, onde il ricorrente più non sia in balia ad immeritate sciagure, e così protetto dal poderoso suo braccio raggiungere il bramato scopo.

    Umilissimo Servitore
    Giuseppe Gajazzi Sacerdote.

    Milano li 20 ottobre 1851

    Ab. Josef Gajazzi (oder Sajazzi) in Mailand bringt vor, er sei zwei Mahl, da es sich um die Besetzung einer erledigten Canonicatsstelle handelte, durch andere, weniger verdiente Männer präterirt worden. Gegenwärtig sei wieder eine Domherrenstelle zu besetzen, für welche er nun in Berücksichtigung genommen zu werden bittet.
    Er habe durch 12 Jahre der Congregazione der Filippiner angehört, und sei nur deswegen aus derselben ausgetreten, weil man ihm sichere Hoffnung auf die Canonicatswürde gemacht hatte.
    Sein Schreiben enthält ferner eine Menge Verdächtigungen in politischer Beziehung gegen den Bischof von Brescia und gegen andere Geistliche, namentlich gegen jene, die für die zu besetzende Canonicatsstelle designirt sind.